«Nel 1969 la mia famiglia si trasferì da Siderno a Locri, dove io e mio fratello Pasquale frequentavamo il liceo. La vita in questa città, allora più godibile, si svolgeva serenamente. Fu un bel periodo, di iniziative festose e di studi. Nel gennaio 1970, ero esploratore della squadriglia scout “Falco” di Siderno. Venuta l’estate, proposi al parroco di Santa Maria del Mastro, don Santo Gullace, di costituire gli scout a Locri. Don Santo accettò e, dopo una mia intesa con il caporeparto di Siderno, il 10 ottobre del 1970 presentai ufficialmente la squadriglia “Pantera”, di cui divenni capo perché ero l’unico ragazzo del gruppo ad aver fatto la Promessa. Ci aggregammo al reparto di Siderno 1.
La prima sede della squadriglia fu un’angusta stanzetta di sacrestia, messa a disposizione da don Santo, con un ingresso autonomo dal retro chiesa, collegato all’orto del vescovado e al campetto del seminario. I primi ragazzi della squadriglia furono Carmelo Schimizzi, i fratelli gemelli Roberto e Antonio Candio, Nicola Fazzari e il più piccolo Eduardo Bolognino. Successivamente, si aggiunsero Mario Valotta, Pino Zava, Paolo Pollichieni, Maurizio Violi, Nicola Crupi e Franco Neri. La permanenza di Franco nella squadriglia fu breve, a causa di un ritardo nel rientro da una esplorazione lungo il torrente Novito fino alla Timpa Tenda. Suo padre, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri, si era preoccupato, timoroso per le sorti del figlio, e non lo mandò più con noi.
Il più pratico della compagnia era Carmelo Schimizzi. Aveva diversi hobbies e possedeva una vecchia cinepresa, con la quale filmava le avventure della squadriglia. Era il mio primo collaboratore alla guida della squadriglia. A casa sua faceva bella mostra un antico telegrafo morse, che suo padre funzionario delle Poste gli aveva regalato. È ovvio che Schimizzi fosse il più bravo nella trasmissione morse durante le operazioni di squadriglia. Il più inquieto era Paolo Pollichieni, uno spiritaccio libero e prepotente, che a fatica veniva tenuto a freno. Aveva una intelligenza istintiva e, in fondo, un carattere buono e disponibile: ma tutto stava a farglielo rivelare con garbo. Non accettava consigli, ma obbediva agli ordini. Oggi fa il giornalista. Il più astuto della squadriglia era Antonio Candio, puntiglioso e «complottatore», tutto il rovescio di Pollichieni: faceva finta di accettare i consigli, ma poi disobbediva agli ordini, facendo prevalere le sue convinzioni, quando poteva. Ma si rivelò un organizzatore valido durante le escursioni e i campeggi. Oggi fa il medico. La mascotte del gruppo era Eduardo Bolognino, protetto da Schimizzi per via di un’amicizia della sua famiglia con la madre che glielo aveva raccomandato. Su Bolognino tutti sfogavano il desiderio di comando, ordinandogli di fare le cose che essi non volevano fare. E il piccolo, caricato da siffatta responsabilità, cresceva ironico e lestamente mi comunicava i fatti che gli altri volevano celare.
La dimensione più alta della vita di squadriglia fu raggiunta durante il campo invernale a Canolo Vecchia. Conquistammo la piena maturità del senso di comunione e di appartenenza, di riflessione e di accentuazione dei valori comuni, che si rivelò in un contatto quotidiano con la natura severa e nell’espressione della nostra fede attraverso la preghiera. Il più generoso dei ragazzi, pronto a capire le mie ragioni di caposquadriglia a tratti troppo autoritario, era Pino Zava, forse il più bello di tutti noi con i suoi ricci folti e neri. Infatti, di lui si innamoravano con facilità le ragazzine della parrocchia. La diversità dei caratteri e dell’estrazione familiare dei ragazzi della squadriglia esigeva una direzione rigorosa, in un ambito che comunque rimaneva fraterno e giocoso, grazie anche alla presenza discreta ma costante di don Santo, il cui fare all’apparenza burbero si accompagnava a manifestazioni di affetto e di comprensione verso le contraddittorie nature adolescenziali, che trovavano sintesi d’armonia nella sua mediazione religiosa.
A mano a mano che cresceva la squadriglia, più forte si faceva il vincolo di appartenenza ad una realtà nuova, e più vivo si faceva il desiderio di conquistare l’auton omia da Siderno. Mi feci interprete di questa necessità, contrastata, a dire il vero, dai capi scout di Siderno, che m’intentarono un processo. Ma ormai la strada verso il gruppo Locri 1 era avviata, anche grazie alla formazione delle Guide, l’organizzazione femminile degli scout che nel 1971 affiancherà le squadriglie maschili, fino all’unificazione nazionale nell’Agesci. Il seme diede la pianta. Questa crebbe vigorosa. Oggi, quando incontro uno dei ragazzi della prima squadriglia, gusto i frutti di una mia piccola impresa nell’avventura della vita, che riserva ancora molte sorprese a ciascuno di noi. Ci temprammo nell’impegno sociale, nel gioco ardimentoso, nella fede. Abbiamo preso diverse strade. Non ci siamo mai sentiti naufraghi nei mari della Storia.»
Francesco D. Caridi (Mimmo)
Fondatore della prima squadriglia “Pantera”, oggi giornalista